Voto 6
Nel 2003 un escursionista americano è caduto in un canyon e
vi è rimasto bloccato per 127 ore con pochissimo cibo e pochissima acqua. E per
sopravvivere, per scappare, ha dovuto fare una scelta estrema: amputarsi un
braccio.
Questa storia, accaduta realmente, è stata raccontata al
cinema da Danny Boyle, il celebratissimo regista di Trainspotting e The
Millionaire. E per me è una grande occasione mancata. Di sicuro non si può
negare il grandissimo talento registico di Boyle, dal punto di vista delle
inquadrature, della ricchezza delle immagini e nelle immagini, però il film
raramente si discosta da un’estetica pop e non scende mai nella profondità
della psiche di un uomo difronte ad una situazione così estrema.
Insomma è una
specie di film di microazione, cerchi di capire cosa farà, come si salverà e se
si salverà, ma non c’è nulla di poetico, di profondo in tutti i 90 minuti. Mai
somiglia a Into The Wild, film con cui sulla carta poteva avere tante cose in
comune. Un film praticamente con un solo attore, un film ispirato ad un uomo
solo contro la natura schiacciante della
natura.
James Franco non mi sembra per niente all'altezza del
compito, invece c’è da fare una menzione positiva per la curatissima
fotografia. Di sicuro un’inquadratura non facile da dimenticare è da lui nella
crepa al panorama del deserto in cui si trovava.
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