giovedì 21 febbraio 2013

TAXI TO THE DARK SIDE

Voto 6,5


Documentario sugli abusi dell'esercito statunitense nelle carceri dove erano detenuti i sospetti terroristi di Al Qaeda. 

Partendo dal caso di un tassista innocente, morto dopo cinque giorni di violenze, il film ripercorre tutto il processo che ha portato potenti tecniche di interrogatorio (privazioni sensoriali, abusi sulle paure, umiliazioni sessuali, etc.) ad essere approvate e utilizzate con il beneplacito (o con l'assenso silenzioso) dei vertici degli Usa di quelli anni, come Rumsfeld e Cheney.

Ricostruzione efficace e valida come documento, anche se un po' ripetitiva e macchiata da un manicheismo americano risposta ad un altro manicheismo americano. 

Sicuramente le ragioni sono molto di più in chi vede la cosa come gli autori di questo documentario, però vista la situazione in cui si trovavano gli Usa in quel momento, il problema è forse più complesso di come potrebbe esserlo in prima lettura superficiale.

Per esempio la Bigelow (forse inconsciamente, anche se a me sembra palese) in Zero Dark Thirty ha un punto di vista opposto. 

Le domande non sono così di immediata risoluzione, non si può solo dire questi hanno ragione e questi altri invece torto. Bisogna tentare di capire.

Fino a che punto bisogna essere "umani" con persone che potrebbe avere informazioni su attentati che potrebbero coinvolgere decine/centinaia/migliaia di innocenti e che non vogliono darle? Oppure fino a che punto ci si può spingere per farsele dare? Fino all'omicidio? Si può mai consentire in una nazione democratica il sadismo sui nemici?

E poi quella più terribile: e se in mezzo a queste violenze si ci trovasse un innocente?

Una delle cose indecenti era il fatto che il 90 per cento degli arresti erano decisi da afgani e pakistani che potevano avere interessi tra i più disparati per far fuori propri avversari o per ottenere del denaro dagli americani. Nel caso di Dilawar, il tassista innocente, proprio chi lo aveva arrestato e portato agli americani era invece il vero colpevole del crimine per il quale era accusato.

La cosa più discutibile del documentario è, comunque, aver tenuto troppo in secondo piano il motivo per cui quei detenuti erano a Guantanamo, facendone una pessima analogia con quello che hanno subito gli ebrei nei campi di sterminio.

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