Capolavoro. Segue "I ragazzi della 56 strada" ma qui il tono è decisamente più maturo ed affascinante. Faccio uno strappo alla regola, usando il nome internazionale del film piuttosto che l'improbabile titolo italiano "Rusty il selvaggio". Sbagliatissimo anche perché focalizza l'attenzione su Matt Dillon mentre il vero protagonista è un fenomenale Mickey Rourke, un talento assoluto, affascinante ed alienato, un re senza regno. Un pifferaio magico, come il suo personaggio, Motorcycle Boy (anche questo tradotto in un assurdo "Quello della moto").
Un personaggio indimenticabile che guarda la vita in bianco e nero, ma che vive su di sé tante di quelle sfumature decide di non raccontarle. Per cercare, invano, di essere semplicemente un pesce in fiume. Un pesce non più combattente.
Un film sul dolore di essere giovani, dell'impossibilità di trovare qualcosa che DAVVERO si vuole fare, di trovare un motivo per impegnarsi nella vita per essere qualcuno, svolgere un ruolo. Un ruolo indefinito per sé stessi ma rassicurante per gli altri. Come un avvocato fallito (il padre) che non vuole esserlo, ma che vuole dedicare il suo decadimento ad una donna, una donna "diversa". E Rusty che non li segue, come noi.
Anticipa decine di film, c'è una scena praticamente copiata pari pari da Trainspotting (il corpo che lievita dopo una rissa, mentre nel film di Boyle sprofonda - anche quella scena memorabile).
Un gran film, ipnotico e misterioso, uno dei migliori del grande Francis Ford Coppola.
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